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Il canone curvy e il suo percorso nei secoli: storia dell’arte delle forme

venus confronto- copertinaCarrie Behrens, Disegno delle due Venere a confronto
Carrie Behrens, Disegno delle due Venere a confronto
Carrie Behrens, Disegno delle due Venere a confronto

Chi ha stabilito e quando il canone estetico della bellezza femminile? Quale evento o fattore ha decretato che i corpi delle ‘bellissime’ del mondo della televisione, cinema o moda, siano da considerarsi, per l’appunto, tali? Chi lo stabilisce è l’immagine. Il canone estetico, nel suo senso etimologico più stretto, è sancito dalla genialità dell’artista, che sia esso impegnato nelle arti figurative o nella fotografia e, conseguentemente, dalla sua rapidità di diffusione.

L’annoso cruccio di quale fosse il giusto canone di bellezza per ogni epoca, infatti, non è un problema solo dell’evo contemporaneo. Tutti, uomini e donne, ma principalmente noi “nate sotto Venere”, parafrasando il titolo di un celebre romanzo, ci siamo sottoposti a confronti tanto strazianti quanto psicologicamente poco proficui con gli innumerevoli Raoul Bova, Belèn Rodriguez e affini, anche se in realtà la questione risale almeno al V secolo a.C. I nostri amati antenati ellenici, infatti, avevano stabilito che la bellezza, soprattutto quella maschile, non fosse soggettiva; insomma, non è bello ciò che piace, ma è bello ciò che è bello. Punto. Pertanto, un simpatico scultore, tale Policleto di Argo, stabilì regole precise per la misurazione del corpo umano, basate su armonia ed equilibri: il corpo è perfetto solo quando raggiunge le proporzioni e i rapporti numerici ideali.

Anche nelle epoche successive, è sempre stato impossibile uscire dalla spirale della perfezione del corpo: all’interno di ogni completo e complesso modo di pensare erano generati i diversi e peculiari canoni estetici.

Ma la bellezza femminile è sempre stata legata all’immagine della donna dal fisico snello e dal deretano turgido ed atletico? Per fortuna, decisamente no. Ci sono stati momenti storici, infatti, in cui le forme burrose, la pelle a buccia d’arancia, la ‘panza’ post-festività o i rotolini localizzati qui e là venivano considerati come requisiti necessari di bellezza, come segni distintivo di appartenenza a un rango sociale elevato, in alcuni casi addirittura attributi divini.

Insomma, tutto quello che oggi ci terrorizza e che, purtroppo, è spesso oggetto di scherno e di strazianti sedute sportive domestiche (parlo per esperienza diretta: sono andata a correre il giorno del primo dell’anno e ho visto la Madonna), è stato oggetto di venerazione e di rappresentazioni poi divenute pietre miliari della storia dell’arte.

Così fu, ad esempio, per le prime rappresentazioni (risalenti a circa 30 mila anni fa) della divinità protettrice dei raccolti, associata anche alla fertilità femminile, Cibele, meglio nota come Magna Mater avevano l’aspetto di sensualissimi donnoni dalla curve e seni molto procaci. Queste figure sono conosciute anche come Veneri primitive e la più famosa è quella di Willendorf, una statuetta ex-voto alta 11 centimetri, rinvenuta nell’omonima località austriaca.

Venere di Willendorf, 26.000 anni fa, Vienna, Naturhistorishes Museum
Venere di Willendorf, 26.000 anni fa, Vienna, Naturhistorishes Museum

Tuttavia, nel corso dei secoli, l’immagine tutta curve della Cibele ha lasciato poi posto a quella più nota e di matrice policletea della Venere di Milo, probabilmente sotto l’influsso delle filosofia platonica e dei più longilinei canoni di bellezza provenienti da vicino oriente ed Egitto, i quali preferivano donne dai tratti sottili e felini.

Nefertari accompagnata da Iside, XIX dinastia, Luxor, Valle dei Re
Nefertari accompagnata da Iside, XIX dinastia, Luxor, Valle dei Re

Per lungo tempo, poi, l’immagine della donna curvy sembrò aver incontrato il suo Medioevo: figure pallide e filiformi hanno spadroneggiato sulla scena artistica più o meno dall’XI al XVI secolo, epoca in cui le signore indossavano mostruose zeppe ai piedi per sembrare più alte e slanciate.

Disegno di scarpa da donna, modello Chopine, XV secolo.
Disegno di scarpa da donna, modello Chopine, XV secolo.

Il Rinascimento ha, progressivamente, restituito le forme a queste donne pseudo-scheletriche: gli abbondanti abiti in velluto e damascato pesante, lasciano progressivamente posto ad un abbigliamento dai tessuti più leggeri, che si affinano lungo le vite e lasciano intravedere i seni e i fianchi candidi e abbondanti. L’ascesa della donna tutta curve è ormai inarrestabile, e la riscoperta dell’arte antica, e quindi del nudo, porta alla luce il nuovo canone della bellezza estetica femminile, fatta di linee morbide. Ne sono un esempio le Venere di Botticelli, Giorgione e Tiziano, ma forse chi più di tutti celebrò la l’immagine della donna curvy fu Pieter Paul Rubens.

venere-giorgione-curvy
Giorgione da Castelfranco, Venere, 1507-1510, Dresda, Gemä

La figura femminile, secondo il pittore di Anversa, non era apprezzata solo per le sue linee floride, molto più di quelle sopra ricordate, ma viene celebrata anche nelle sue imperfezioni naturali, quali la cellulite, la buccia d’arancia e i rotolini, che vengono addirittura enfatizzate attraverso la sua tecnica pittorica fatta di pennellate morbide e a rapidi tocchi. Le sue Tre Grazie sono totalmente diverse rispetto a quanto esaltato nell’iconografia delle epoche precedenti, eppure tanto amate e celebrate, proprio perché mai così vicine alla realtà.

Pieter Paul Rubens, Le tre Grazie, 1630-1635, Madrid, Museo del Prado
Pieter Paul Rubens, Le tre Grazie, 1630-1635, Madrid, Museo del Prado

Purtroppo, con il Settecento, la figura femminile torna ad essere filiforme e a stringersi in impossibili corsetti di stecche di balena, che arrivavano a deformare la silhouette stessa del corpo. Forse proprio a partire da quest’epoca la donna inizia a standardizzarsi in un determinato prototipo, fatto di magrezza eccessiva nella vita, con il famoso “vitino da vespa” che si impone proprio a partire dal XVIII secolo, e di “curve al punto giusto” su seno e glutei.

Abito del 1774, Stoccolma, Museo del Palazzo Reale
Abito del 1774, Stoccolma, Museo del Palazzo Reale

Pertanto sta a noi, signore e padrone dell’evo contemporaneo,  non imporre, o peggio imporci, dei canoni e ad accettarci nelle nostre diversità; qualora non ce lo permettesse la nostra coscienza, dobbiamo trovare un equilibrio con noi stesse, senza andare alla ricerca di idoli, che si tratti della Venere di Willendorf, di Maria Antonietta di Francia o della popolarissima Belén Rodriguez.

 

Eleonora Belli

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